Tra vecchi e giovani

9 Dicembre 2008 1 commento

SIETE mai stati al campus della SunMicrosystems? E’ a Palo Alto, California. Nel cuore della Silicon Valley. Ma sembra di essere a Disneyworld. Sale giochi, aiuole con prese elettriche per i pc e videogames, campi da tennis e tavoli da ping-pong, musica techno. E tutt’intorno un viavai di gente in shorts, con le Reebok ai piedi e in mano, immancabile, la walkycup con la Coca-Cola, Diet, naturalmente. Lo stesso scenario si ripete alla Microsoft di Redmond, alla Cisco di San Jose, alla Yahoo di Santa Clara. Persino alla Capital One, una delle principali finanziarie americane, una banca, ogni ufficio ha il suo "fun-budget". E la regola è una sola: "No guns, no smoking". Per il resto tutto è concesso. Se non ci siete mai stati, andateci. Scoprirete che niente più è come prima. Perché i giovani hanno preso il potere. La generazione del ’68 voleva cambiare il mondo, la "dot.com" generation lo ha fatto. I "venti e qualcosa" come li chiamano negli Usa.

Ma anche i nuovi "adulti-giovani", i quarantenni che vanno al lavoro in motorino e che si vestono come i loro figli. Perché non è una fascia di età, ma è la gioventù, l’essere o l’apparire giovani, che ha conquistato il mondo. Certo, c’è l’altra faccia della medaglia: c’è il crescente invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite, il prolungamento dell’età "anziana" garantito dalla scienza. E c’è il fardello di un debito pensionistico che finisce per pesare sempre di più sui nuovi arrivati. Ma una cosa è certa: nel rapporto tra gioventù e maturità, tra vecchi e giovani tutto è cambiato. Non si tratta di un normale passaggio di generazione, come ce ne sono stati tanti. Siamo di fronte a un cambiamento epocale. Aristotele dedicò la sua maggiore opera etica al figlio Nicomaco, simboleggiando quella trasmissione della saggezza che ha caratterizzato il mondo occidentale per millenni. Fino a ieri la nostra cultura era dominata dal valore della maturità. Oggi un padre ha ben poco da insegnare ai suoi figli. L’esperienza conta sempre meno, l’apertura all’innovazione sempre di più. Quando io cominciai a lavorare in azienda mio padre mi fece da guida e maestro. Il suo modo di operare, le sue consuetudini, finanche la sua maniera di vestire e di atteggiarsi, sarebbero di lì a poco diventati i miei. La mia scrivania, allora, non era tanto diversa da quella che era stata la sua e, prima ancora, quella di mio nonno. Oggi, a mio figlio, io non ho quasi più nulla da insegnare. La sua scrivania è molto spesso un laptop, l’agenda è elettronica, le riunioni aziendali avvengono in videoconferenza dal salotto di casa o, magari, dal treno. Il mio mondo è quello delle lettere che esordivano con formali "egregio dottore" e terminavano con pomposi "distinti saluti", il suo quello delle e- mail che fanno a meno di qualunque preambolo e si chiudono con inquietanti "la chiamerò asap", che sta per "as soon as possible". Nel ’96 Louis Rossetto, il fondatore di Wired, tirò fuori un decalogo linguistico ludico e irriverente contro "tutte le convenzioni stilistiche oppressive".

Oggi non c’è società della Valley in cui quel breviario non venga utilizzato nella quotidiana comunicazione aziendale. "Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione: uscendo dall’ombra dell’immaturità, l’essere giovani ha ormai permeato di sé la cultura del lavoro, l’ufficio è diventata un’estensione della gioventù", notava qualche settimana fa un bel servizio dell’Economist. L’autore si interrogava poi sulle ragioni di questa rivoluzione. Io ne individuerei soprattutto due: le nuove tecnologie e il fenomeno che, con parola spesso abusata, si chiama globalizzazione. L’industria dell’informatica e delle telecomunicazioni negli Stati Uniti ha già superato per ricchezza prodotta settori come l’automobile o l’edilizia. Il suo valore è tra il 15 e il 20% dell’intera economia americana. Ma non solo.

Anche le attività più tradizionali vengono stravolte dall’utilizzo delle nuove tecnologie. Malgrado le recenti difficoltà dei titoli high-tech sui mercati di tutto il mondo, io credo che sia sempre valida la previsione di Andy Grove, l’ex numero uno di Intel, per cui in futuro "o un’azienda sarà diventata una Internet company o non sarà più un’azienda". Persino l’attività di raccolta dei rifiuti, negli Stati Uniti, oggi non è più la stessa: con i camion coordinati da un computer, gli autisti che utilizzano un sistema di localizzazione satellitare e i sistemi elettronici per tirare su i secchi di spazzatura. Una nuova rivoluzione industriale? Forse qualcosa di più. Perché la e-revolution è la prima ad essere fatta dai giovani in nome della gioventù.

"Per la prima volta – scrive Don Tapscott, nel suo "Growning Up Digital" – i ragazzi conoscono e controllano meglio dei loro padri un’innovazione centrale per la società". Internet e le tecnologie informatiche sono le mani dei giovani. Sono la loro testa. I "venti e qualcosa", oggi, ragionano in termini web, il "www" è la loro stessa natura. Oramai tutti gli studenti universitari americani hanno Internet in casa e la maggioranza dei bambini tra i cinque e i dieci anni ha già imparato, attraverso i giochi, ad utilizzare un software. Quello che per un adulto è un campo minato, per i giovani è un modo di essere: il loro. E’ per questo che tra gli uomini più ricchi del mondo sono sempre più numerosi i venti-trentenni. E’ per questo che si è potuto verificare il fenomeno dei Jerry Yang e David Filo, che a poco più di venti anni hanno fondato il colosso Yahoo; o passando in Europa, degli Jonas Svensson, che a 31 anni, con i suoi jeans e i capelli sempre umidificati di gel, guida Spray come fosse un carro armato; o ancora, in Italia, dei Renato Soru o dei Gianluca Dettori, che con Tiscali e Vitaminic hanno stupito il capitalismo italiano. Quella dei "ragazzi che da un garage" è probabilmente una retorica ormai stantia, ma non c’è dubbio che le nuove tecnologie abbiano spianato la strada alle nuove generazioni. E laddove queste non bastavano, ci ha pensato la globalizzazione, che ha costretto le aziende a rinnovarsi profondamente. Nel nuovo mercato mondiale nessuna azienda può sopravvivere senza modificare continuamente il suo modo di produrre e la sua organizzazione. Innovazione e merito hanno preso il sopravvento sull’esperienza e sulla gerarchia.

"La Valley è una meritocrazia. Non importa cosa indossi. Non importa quanti anni hai. Quello che conta è quanto sei intelligente". Sono parole di Steve Jobs, il fondatore di Apple, e c’è da credergli. Il principio di anzianità all’interno delle aziende è stato sovvertito. Le imprese, per stare sul mercato, si danno strutture più flessibili e privilegiano la produttività individuale piuttosto che l’età. L’esperienza è vista quasi come un handicap, perché rischia di irrigidire in pratiche consolidate un sistema che deve evolversi in continuazione. L’accesso alla dirigenza, che una volta era l’approdo di una vita intera di lavoro all’interno della stessa azienda, è oggi il premio alla intraprendenza. Ce l’ha spiegato bene un ventenne in gamba come Giuliano Da Empoli nel suo "La guerra del talento": "Nel nuovo sistema chi "funziona" avanza in fretta". E non solo nelle imprese della new economy o nella Silicon Valley: Leonard Fischer, in Germania, è entrato nel consiglio di amministrazione della Dresdner Bank a soli 35 anni; Jean Marie Messier, in Francia, è andato alla guida della Compagnie Generale des Eaux a 39 anni; Alessandro Profumo, in Italia, ha conquistato il vertice del Credito italiano ad appena quarant’anni. Certo, non si tratta di ventenni. Ma poco importa. Perché lo spirito della gioventù oggi non è più un fatto esclusivamente generazionale. La vera rivoluzione è proprio qui.

Una volta, quando si superavano i trent’anni e si entrava nel mondo del lavoro, si diceva addio alla propria giovinezza. Oggi l’analista finanziario di 40 anni che va in ufficio con lo scooter, portando le sue carte nello zainetto, somiglia incredibilmente al ventenne che va al college. "Ponce de Leon -racconta l’Economist – si recò nel nuovo mondo cercando la fontana dell’eterna giovinezza. Oggi i suoi discendenti l’hanno trovata nella ginnastica, nelle creme, nel Viagra". I quarantenni di oggi ascoltano la stessa musica dei loro figli, si vestono come loro, appaiono finanche nell’aspetto fisico come loro (almeno a distanza). I progressi della scienza, della medicina, dell’alimentazione e delle condizioni sanitarie glielo consentono. Quegli stessi progressi, d’altra parte, hanno anche determinato il boom della terza età. Nel mondo occidentale si vive sempre più a lungo.

Proprio mentre la gioventù si impone, le popolazioni invecchiano. Oggi in Italia abbiamo quattro lavoratori ogni tre pensionati. E presto il rapporto giungerà alla parità. E’ una condizione che nessuna società è in grado di sostenere, un macigno che pende sulle teste dei più giovani. Scherzi della demografia, certo. Ma anche incapacità da parte delle classi dirigenti, soprattutto della vecchia Europa, di adottare le dolorose, quanto necessarie, contromisure. Qui non si tratta, evidentemente, di fare la guerra ai vecchi. E la proposta, avanzata qualche anno fa dal commissario europeo Mario Monti, di indire uno sciopero dei giovani non può che essere poco più di una provocazione. Ma è venuto il momento di ridisegnare quei sistemi di Welfare che erano stati ideati per le società del secolo scorso. Se nel rapporto tra gioventù e anzianità tutto è cambiato, se la gioventù "nomade" – come l’ha definita Da Empoli – ha conquistato i luoghi di lavoro seppellendo il posto fisso, se a quarant’anni si è ancora giovani e a settanta nel pieno delle forze, che senso possono ancora avere i vincoli creati per garantire una rete di protezioni al vecchio modello fordista? La forza della rivoluzione demografica impone alle classi dirigenti delle scelte. Nessuno ha la ricetta bella e pronta. Ma forse vale la pena di partire proprio da lì: comprare un biglietto per Palo Alto nella Valley. Quando si parte?

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Linnovazione di internet: il web 2.0

20 Novembre 2008 1 commento

Alla base delle nuove esperienze dello stare on line non ci sono solo i nuovi strumenti del cosiddetto Web 2.0, in grado di trasformare gli utenti da soggetti passivi e semplici fruitori dei contenuti on line a protagonisti attivi delle dinamiche in rete e autori di nuovi contenuti. I nuovo tool del “fare” digitale sono gli strumenti a disposizione di un emergente nuovo modello e matrice culturale basati su una logica cooperativa e relazionale che supera e sovverte l’approccio monodirezionale e istituzionale delle proposte on line ancora prevalenti. Il convegno mira a fare il punto sui diversi approcci e modelli elaborati in Italia e all’estero al fine di individuarne le potenzialità e i possibili sviluppi nei rapporti tra aziende e clienti e tra istituzioni e cittadini.
Temi affrontati:
– Scenario e dimensioni quanti-qualitativo del mondo dei blog. Dati ultime ricerche in Italia e nel mondo, quantità e tipologia di blog, audience raggiunta, livello di interazione con i lettori, influenza sulle decisioni di acquisto, ecc.
– Dal’e-government ai nuovi modi di partecipare: come la matrice culturale del web 2.0 può favorire nuove forme di partecipazione
– Dalla comunicazione monodirezionale di tipo formale o pubblicitario, allo sviluppo di contenuti editoriali, fino alla conversazione. I cambiamenti per aziende e istituzioni.
– Impatto e rilevanza dei contenuti generati dagli utenti. Strategie e indicazioni su come le istituzioni e le aziende devono relazionarsi con gli “user generated content”
– Dalle "press release" alle "people release"; l’azienda o l’istituzione come "media company"; rinnovamento nella composizione e nella distribuzione delle press release, integrazione con tool web 2.0, gestione di attività di PR online
– Dal portale inclusivo alla propagazione dei contenuti su piattaforme multiple; utilizzo dei servizi "web 2.0" e delle social community come strumenti per raggiungere gli utenti, sviluppando nuove opportunità di contatto; esempi di distribuzione delle informazioni riguardanti eventi, immagini e video, slide, articoli, ecc.

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La tradisce su Second Life: si separano

20 Novembre 2008 Nessun commento

LONDRA – Primo divorzio al mondo (passato alle cronache) dopo un tradimento virtuale. Una donna inglese si è accorta che il marito aveva una relazione su Second Life e ha deciso di chiedere la separazione. Entrambi appassionati di community multi-utenti dove si vive una vita parallela, Amy Taylor e David Pollard – 28 e 40 anni – si erano conosciuti nel 2003, e quindi innamorati, su una chat e il giorno del matrimonio, nel luglio del 2005, avevano replicato la cerimonia anche su Second Life ispirandosi alle nozze di David e Victoria Beckham. Ma è stata proprio la dimensione virtuale a rovinarli.

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Fuga da Facebook

20 Novembre 2008 1 commento

ANCHE Bill Gates se n’è andato. Da quest’estate ha chiuso con Facebook. Ogni giorno, in media, ottomila sconosciuti volevano diventare suoi "amici". Un po’ tantini. Come se in un bar qualcuno volesse stringervi la mano ogni dieci secondi. Se qui siamo online, il fastidio non è meno reale. Ma la notizia ne contiene un’altra: cosa ci faceva, per mezz’ora al giorno (lui ossessionato dalle perdite di tempo, famoso per le corse all’aeroporto per imbarcarsi all’ultimo secondo) il fondatore di Microsoft nel sito di social networking più famoso del mondo? Voleva capirlo. Comprendere il perché di un successo planetario che a giugno ha fatto registrare il sorpasso sul principale concorrente, MySpace: 132 milioni di visitatori contro 115,7. Poi, oltre a una pletora di scocciatori, ha anche scoperto una quantità di bizzarri fan club che gli erano stati dedicati. Uno si chiamava "Faresti sesso con Bill Gates per metà dei suoi soldi?". Non l’ha fatto ridere e si è ritirato a vita digitalmente privata. Diventando il più famoso di un esercito di transfughi. In crescita. I delusi di Facebook.

Al picco della popolarità gli abbandoni fanno più rumore. Tra dicembre 2007 e gennaio 2008 ventimila frequentatori francesi e 23 mila spagnoli, riporta Le Figaro, hanno cancellato il loro account. "Suicidarsi", è il gergo drammatizzante che si usa in questi casi. Evidentemente si erano stancati del loro "potere di condividere, per rendere il mondo più aperto e connesso", come il ventiquattrenne fondatore Mark Zuckerberg ha definito la sua creatura alla recente convention di San Francisco. Perché nel frattempo, scartato il giocattolo, si sono accorti di alcuni difetti. Cerano tutte le attività classiche. Una volta digitata la password, si poteva vedere dov’era e che faceva in quel momento una serie di vostri amici. Scoprire che alcuni avevano familiarizzato per merito vostro. Che un altro paio aveva cambiato la foto con cui presentarsi nella società telematica. E ancora, declinare un numero sempre troppo alto di inviti alla comunità di amanti del gatto o a quella dei lettori del Piccolo principe, come ricaduta transitiva del fatto che qualche vostra lontana conoscenza vi si era iscritta. Ma una volta entrati in questo circolo era difficilissimo uscire. Ancora pochi mesi fa Facebook era una trappola. Se decidevate che eravate stanchi di far sapere alla vostra cerchia di sodali virtuali dove vi trovavate, cosa stavate leggendo, quali acquisti avevate fatto potevate "disattivare" il vostro account. Lo mettevate in stand by, non lo spegnevate davvero però. Le vostre informazioni personali rimanevano sul server "per un ragionevole periodo di tempo", come recitava la clausola del sito. Alan Burlison, un ingegnere informatico britannico, piuttosto bravino con la tecnologia, ha provato di tutto per cancellarsi.

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Niente. E dopo lettere di fuoco al servizio clienti è riuscito a far rimuovere le innumerervoli tracce del suo passaggio solo spedendo ad alcuni responsabili del sito un link al video dell’intervista rilasciata a Channel 4 per denunciare l’accaduto. Come lui tanti altri hanno vissuto lo stesso calvario. E, con un cortocircuito tipico delle cose internettiane, era anche nato un gruppo di discussione interno a Facebook su "come distruggere permanentemente il tuo account" messo su da un ventiseienne svedese che a febbraio contava 4.300 membri.

Un attaccamento così tenace al cliente, ai suoi dati personali piuttosto, si spiega col fatto che il sito guadagna vendendo informazioni demografiche e di comportamento online alle aziende di marketing. Anonime, aggregate, ma comunque preziose. Più schedature quindi (anche di utenti non attivi) uguale più soldi. Ma quando il risentimento ha toccato il livello di guardia la compagnia ha, molto discretamente, concesso l’exit strategy. La prima scelta è sempre "disattivarsi". Ma oggi, spulciando nella sezione "aiuto", spunta anche un bottone per fare hara-kiri virtuale. E sparire una volta per tutte.
Se la vita è stata resa più facile a chi vuole andarsene, i rischi per chi resta rimangono. E la casistica di vittime di Facebook si allunga, facendosi sempre più variegata. C’è la compagnia di assicurazioni statunitense che, per negare un risarcimento di spese mediche al cliente, porterà in tribunale delle confessioni online che dimostrerebbero la causa emotiva e non organica dei suoi disordini alimentari.

C’è il procuratore texano che, per provare la colpa di un guidatore che ha ucciso un uomo in un incidente d’auto, allegherà le pagine in cui dichiara "non sono un alcolista: sono un iper-alcolista". E non è necessario dire o fare cose di rilevanza penale per passare dei guai. Come sanno bene i 27 dipendenti dell’Automobile Club della Southern California licenziati per messaggi offensivi nei confronti di colleghi. Regolarmente scambiati – e letti – attraverso il sito. Stando a un sondaggio recente di Viadeo, un altro social network, il 62% dei datori di lavoro britannici darebbero ormai un’occhiata alle pagine di Facebook e simili prima dei colloqui. E un quarto dei candidati sarebbe stato respinto di conseguenza. Per Michael Fertik, presidente di ReputationDefender, la quota di bocciati per incontinenze internettiane negli Stati Uniti è addirittura del 43%. La sua società, a pagamento beninteso, setaccia la rete alla ricerca di potenziali fonti di imbarazzo.

"È inquietante quante informazioni siano disponibili sul vostro conto in un social network – ha detto a Wired – e quante conclusioni, più o meno vicine alla realtà, vi si possano trarre". La totalità dei suoi dipendenti, confessa per niente contento, è su Facebook. E le figuracce di quando uno scopre che l’altro, la sera prima, è stato a un barbecue di un collega che invece si era guardato bene dall’invitarlo sono all’ordine del giorno. Ci sono gaffe ben peggiori, ovvio. Al punto che l’anno scorso l’esercito inglese ha mandato una direttiva ai suoi soldati al fronte proibendo loro di rivelare informazioni che potessero localizzarli temendo che Al Qaeda potesse intercettarle. Niente di più facile, in effetti. Potremmo farlo tutti, senza avere né un particolare talento di hacker né di 007. Basta avere un "conto" per entrare e dare un’occhiata. Spionaggio elettronico al quale anche i genitori si sono rapidamente riconvertiti. Una volta rovistavano nei diari dei figli per scoprire ciò che loro gli volevano nascondere. Oggi possono sapere molto di più, rischiando molto meno di essere beccati in flagranza.

Ti iscrivi, cerchi il nome del pargolo e scopri cosa dicono, pensano e fanno lui e la banda dei suoi amici. Un’autobiografia collettiva a portata di clic.
Perché quel che sorprende è ciò che gli esperti chiamano il "paradosso della privacy". Succede che, come ha spiegato l’economista della Carnegie Mellon George Loewenstein, quando lui e i suoi ricercatori hanno posto domande delicate a un gruppo di studenti dando forti garanzie di riservatezza ha risposto il 25%. Quando neppure si nominava la riservatezza, si confidava oltre la metà degli intervistati. Non evocare rischi li aveva resi più tranquilli, meglio disposti. Il contesto poi fa la differenza e pochi, di fronte al pc, sentono minacciata la loro privacy. Sbagliando, ovviamente. Ma è un dato di fatto che solo un quarto degli utenti di Facebook utilizzi i controlli per graduare quante informazioni sul proprio conto gli altri possano consultare. Non si pongono il problema, oppure non sanno come utilizzarli. E restano nudi nel cyberspazio.

Una circostanza che non impedisce a Facebook di crescere impetuosamente. "Mario Rossi added you as a friend…" è una delle intestazioni più frequenti nel nuovo spam che intasa le nostre caselle elettroniche. Non sappiamo bene perché, ma quando qualcuno ci invita accettiamo di far parte del club. D’altronde uno dei boss della compagnia, il futurologo neocon Peter Thiel, è un grande fan del filosofo di Stanford René Girard, teorico del "desiderio mimetico". Banalizzando: la gente segue quel che fa il gregge, senza tanto riflettere. Il motore immobile di tanti successi commerciali. Nel mondo reale come in quello virtuale.

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